Arcivescovo mons. A. Vincenzo Zani, archivista e bibliotecario emerito di Santa Romana Chiesa
Concesio, 30 settembre 2025
Cari fratelli e sorelle, ringrazio il Parroco mons. Fabio Peli ed i suoi collaboratori per avermi invitato a presiedere questa liturgia speciale con la quale vogliamo ricordare san Paolo VI. Le settimane montiniane, che si svolgono periodicamente, hanno lo scopo di ravvivare i diversi aspetti della straordinaria figura di Giovanni Battista Montini, elevato alla santità e proposto come esempio e modello per tutti i cristiani. Pertanto, il nostro primo atteggiamento, in questa ricorrenza, è quello di rendere grazie al Signore per avere dato alla Chiesa e alla società intera, una figura così significativa e attuale a cui ispirarci.
Oggi è stato scelto di ricordare il battesimo di Giovanni Battista Montini, partendo dal fonte che ha generato in lui la vita soprannaturale; abbiamo ricevuto l’aspersione con l’acqua benedetta per rinnovare in ciascuno di noi il dono della grazia perché, come è avvenuto in lui, essa produca i frutti di conversione e di santità anche nella nostra vita.
Ma prendiamo spunto da alcuni passaggi del suo discorso, che ha tenuto in occasione della sua visita qui al fonte battesimale il 16 agosto 1959.
Montini ricorda di avere ricevuto la vita terrena dal ministero umano dei suoi genitori e la vita spirituale e soprannaturale dal fonte battesimale. Poi richiama il valore della famiglia, della sua terra e dell’essere diventato figlio di Dio e virtualmente figlio del cielo. Inoltre, la visita a questa chiesa generava in lui tanta commozione e soprattutto provocava pensieri circa i valori umani e quelli spirituali legati al battesimo, che tante volte ha dovuto sviluppare nel suo ministero pastorale.
Siamo dinanzi ad un testo che, pur nella sua brevità, concentra una serie di temi e di messaggi che inducono anche noi ad approfondirne il contenuto e quanto esso possa risultare attuale ed illuminante per il contesto culturale e sociale in cui siamo immersi.
- Anzitutto i valori umani.
In primo luogo, si coglie nel testo uno sguardo che accompagnerà sempre Giovanni Battista Montini, in ogni momento della sua vita, in ogni funzione svolta, in ogni chiamata, fino al soglio di Pietro: è lo sguardo sui suoi genitori Giorgio e Giuditta, che è accennato anche in questo discorso; il richiamo a quella femminilità quieta e forte della madre, capace di dare a tutta la famiglia un orizzonte e un linguaggio religioso, e a quella virilità civile e spirituale che gli farà dire di suo padre: “Non preferì mai la vita alle ragioni della vita. […] Mio padre non aveva paura”[1].
Si tratta, in definitiva, di uno sguardo concentrato sulla natura misteriosa e divina dell’amore, dell’amore umano, temporale, coniugale, ma con la sua radice profondamente innestata nell’eternità (parla, appunto di terra e di cielo). Un amore accogliente e generativo, strumento dell’atto più alto e misterioso della Creazione di Dio: la vita umana con la sua storia e con i suoi destini.
Ripercorrendo l’ampia corrispondenza di Mons. Montini con il padre e la madre e la sua attività pastorale, si nota quanta parte del suo magistero sia stata dedicata a comporre uno sguardo e una visione particolare sull’amore, sulla coniugalità, sulla famiglia, sulla procreazione. E in un certo senso può essere questa la chiave di lettura della sua ultima enciclica Humanae vitae, sul valore sommo della vita generata dall’uomo e dalla donna, vita da custodire e rispettare. E non dimentichiamo poi che i miracoli riconosciuti dalla Chiesa per la sua beatificazione e canonizzazione sono entrambi legati alla salvaguardia della vita nascente.
La vita è il vero, quotidiano e millenario miracolo. Il linguaggio di Paolo VI è stato, ed è anche per noi, il linguaggio della vita. Il suo sguardo si attesta là, nel nucleo misterioso dell’amore così umano dei suoi genitori che sembra divenire il seme di ogni suo insegnamento, affinché l’amore diventi un’esperienza vivibile in tutta la sua grandezza tra gli uomini e davanti a Dio.
È dunque da un’esperienza viva, come ricorda Montini nel suo discorso del 1959, che prende le mosse il suo sguardo sull’amore: la celebrazione concreta dell’amore coniugale dei genitori che egli ha ricevuto nel calore della sua famiglia.
- Poi, evidenzia i valori della fede.
Accanto al valore dell’amore umano, l’amore dei genitori che conducono il figlio al fonte battesimale, Giovanni Battista Montini sottolinea con forza che da quel fonte è diventato cristiano, è diventato figlio di Dio: il dono fondamentale della vita nuova di fronte al quale egli avverte di dover rinnovare la sua responsabilità; “sento – dice nel suo discorso – di non averlo né compreso abbastanza né abbastanza fecondato”. È un’espressione forte e un messaggio che invita anche noi a riscoprire il dono del battesimo, il germe della vita nuova che deve alimentare la nostra fede e la responsabilità di produrre frutto da questo germe straordinario che l’amore di Dio ha posto nel nostro essere.
E qui ci aiutano i due brani della Parola di Dio che abbiamo ascoltato. Ricordiamo prima di tutto che il battesimo non è un semplice suggello alla conversione, quasi un segno esteriore che lo dimostri e lo attesti, non è un ordinario gesto liturgico, ma comporta una nuova nascita e nuovi legami con le persone divine.
Infatti, il battesimo è l’inserimento in Cristo e nella Chiesa, attuato dallo Spirito Santo; e questo implica un profondo rinnovamento interiore, che è liberazione dal peccato originale e da tutti i peccati personali eventualmente commessi per fare spazio alla grazia santificante. Il battesimo ci innesta nella vita divina della Trinità, mistero di amore e di comunione. Un giorno il corpo umano morirà, ma la vita nuova continuerà per sempre. Montini è affascinato da questo mistero per il quale si diventa creature nuove, con nuove possibilità di vita.
I brani prima proclamati evidenziano chiaramente la grandezza di questo dono per il quale i credenti sono immersi con Cristo nella morte per risuscitare con lui a vita nuova. Il brano tratto dalla prima lettera di san Giovanni insiste su questa verità, e cioè che noi “siamo nati da Dio”, siamo “figli di Dio”, e lo fa per combattere l’interpretazione della gnosi-pagana che circolava nel primo secolo dopo Cristo, per la quale si era figli di Dio in senso naturale.
“Nato da Dio” e “figlio di Dio”, per san Giovanni, non significa che ciascun uomo è una creatura di Dio, ma si tratta di sottolineare chiaramente che questo avviene per un dono assolutamente libero di Dio, un dono che l’uomo non può né attendersi né immaginare. “A coloro che lo accolsero – si legge nel Prologo di Giovanni – diede il potere di diventare figli di Dio” (Gv 1,12). Per diventare “figlio di Dio” occorre “potere” e “pieno potere” che nessun uomo ha in sé. L’uomo ha il desiderio e si prepara ad accogliere questo dono, ma solo il Logos, il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre e che, fatto uomo è morto per noi, ha il potere di elargire questo dono.
Dobbiamo sottolineare questo passaggio a cui Montini si richiamerà sempre in tutto il suo magistero, e cioè la centralità di Cristo. Noi siamo figli di Dio solo se partecipiamo alla figliolanza di quell’unico Figlio, solo se siamo “figli nel Figlio”. Se rimaniamo in Lui, non siamo soltanto chiamati figli di Dio ma “lo siamo realmente”.
Questo essere in Cristo non è uno stato passivo, un simbolo di appartenenza, ma una realtà esistenziale, dinamica, costantemente generativa di novità e di potenziali effetti concreti. Ed è proprio a partire da questa verità che l’intera vita cristiana si dispiega come lo sviluppo del germe nuovo dell’amore di Dio. Ciò viene spiegato chiaramente nella pagina delle beatitudini del Vangelo di Matteo, che può essere definita come la “magna charta” della vita cristiana. Tema molto caro a Montini che assume come un aspetto fondamentale della “coscienza cristiana”.
Gesù ha pronunciato davanti alle folle il “discorso della montagna” come un progetto affidato a tutti e ritiene che le beatitudini, che lui per primo ha fatto diventare vita, siano concretamente attuabili. Egli non ha voluto offrire un discorso teorico né un’etica di orientamento interiore, ma ha pronunciato un discorso concreto, serio, propositivo, impegnativo e decisamente ‘rivoluzionario’. Gesù non si sottrae al compito di offrire una sua ricetta, perché sa bene che il suo desiderio di felicità è radicato in ogni uomo e appartiene ai suoi bisogni fondamentali. Diciamo che, a prima vista, la proposta evangelica è azzardata, apparentemente illogica e utopica. Invece, a suo favore giocano due ragioni di concretezza. La prima consiste nell’esperienza diretta di Gesù: egli proclama quello che vive. La seconda viene dal tempo: duemila anni di storia del Vangelo non hanno annebbiato il valore di questa pagina, che ha trovato nei secoli dei convinti assertori e anche degli entusiasti realizzatori, come si può constatare nelle numerose congregazioni religiose e ordini nati lungo i secoli per attuare in concreto una o l’altra delle beatitudini.
Il discorso della montagna è di estrema attualità anche nel nostro tempo e sollecita noi credenti a produrre risposte concrete alle sfide della società in trasformazione nella linea delle due immagini che Matteo indica nella seconda parte del brano. La prima immagine, quella del sale, richiama i vari modi conosciuti per utilizzare questo elemento naturale ritenuto indispensabile: il sale serviva ad insaporare i cibi, a preservare dalla putrefazione e, in ambito religioso, veniva unito ai sacrifici di oblazione. Se il sale perdeva sapore non poteva che essere gettato via ed essere calpestato.
Una seconda indicazione viene data ai discepoli con l’immagine della luce che, abbinata a quella della città posta sul monte, rimanda all’idea profetica del pellegrinaggio dei popoli. D’ora in poi non saranno più attirati da Gerusalemme, la città santa, ma dalla luce di Cristo e i discepoli dovranno irradiare questa luce per raggiungere tutti i popoli. E da qui l’imperativo di Gesù rivolto ai discepoli: “risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone”.
I valori umani e la ricchezza della fede che sgorga dal sacramento del battesimo, che abbiamo evidenziato nel discorso di Giovanni Battista Montini, lo accompagneranno in tutto il percorso della sua vicenda terrena, a partire dalla scoperta della chiamata di Dio a seguirlo nella via del sacerdozio e successivamente nel suo servizio episcopale e da pontefice della Chiesa universale.
In queste tappe c’è un elemento di continuità che va dalla riflessione sul fonte battesimale, come sorgente della fede e inizio della vita cristiana, fino all’ultimo respiro con cui Paolo VI si è affidato alla misericordia di Dio Padre. Nelle molteplici raccolte dei suoi discorsi è sempre viva la coscienza della chiamata che ha sentito di seguire il Signore, del suo costante impegno a coltivare una spiritualità incentrata sul mistero d’amore di Cristo a cui identificarsi, e della missione da compiere nei vari campi della evangelizzazione.
- Vocazione, comunione con Cristo, missione.
In sintesi possiamo dire che le riflessioni spontanee di Montini davanti al fonte battesimale, concentrate sull’amore umano (la vita terrena) e sull’amore di Dio (la vita spirituale e soprannaturale) anticipano quella visione formulata più tardi nell’enciclica Populorum progressio con l’invito a costruire la “civiltà dell’amore”.
Ma già negli anni giovanili, nel testo dal titolo “Spiritus Veritatis”, Montini sottolineava l’importanza della conformazione della vita personale all’esperienza dell’amore sia nella sua declinazione umana che nella dimensione sacerdotale. Per accogliere il grande mistero dell’amore di Dio occorre – diceva – seguire un metodo che deve integrare quattro piani fondamentali: innanzitutto il piano morale (occorre amare il silenzio, l’attenzione, il rigore, l’impegno, scegliere sempre il bene ed evitare le varie forme di egoismo); il piano intellettuale (coltivare la passione della fedeltà alla Chiesa, come Maestra di verità, e con umiltà e dedizione cercare di appropriarsi della sapienza vitale dei suoi insegnamenti per prepararsi intellettualmente alla vita professionale); il piano spirituale (coltivare la spiritualità religiosa guardando alla Chiesa come Madre di carità e con la preghiera dilatare gli orizzonti della mente e dell’anima); e infine, il piano personale e sociale, perché l’orizzonte specifico dell’amore diventi forma di relazione apostolica, aperta, annunciante, feconda nei vari campi della vita.
Chiediamo al Signore di innestare anche noi, sull’esempio di san Paolo VI, sempre più in profondità la nostra esistenza sulla radice del mistero dell’amore di Dio, che ha la radice nel battesimo, e di vivere una comunione ecclesiale sempre più viva per sperimentare la gioia della vita di fede ed essere nel mondo di oggi artefici e costruttori della “civiltà dell’amore”, tanto cara a papa Montini e di cui si avverte una estrema necessità.
[1] J. Guitton, Dialoghi con Paolo VI, Mondadori, Milano 1967, p. 78.










