A cura di Laura Bazzana
Siamo di fronte a uno dei capolavori dell’opera pittorica di Moretto, la cosiddetta pala delle Grazie. Si tratta di una pala dalle dimensioni monumentali (241 x 180 cm), anticamente posizionata sull’altare maggiore della basilica di Santa Maria delle Grazie, un tempo officiata dalla Congregazione degli eremiti di San Gerolamo.
Fu collocata lì probabilmente nel 1530: la datazione è confermata da alcuni elementi stilistici dell’opera, nonché dal fatto che la prima Messa su quell’altare fu celebrata appunto nel 1530.
Nel 1888 la pala fu trasferita in Pinacoteca perché il Comune di Brescia ne rivendicava la proprietà e stava arricchendo la pinacoteca di capolavori della pittura bresciana, in vista delle grandi celebrazioni in memoria di Moretto che si tennero nel 1898, tra le quali una mostra dedicata al pittore caposcuola della pittura bresciana.
Cominciando ad osservare l’opera, al centro in primo piano si svolge una scena di natività o, più correttamente, un’adorazione dei pastori, ambientata all’aperto, davanti ad una architettura fatiscente invasa dalla natura che prende il sopravvento, simbolo del paganesimo che si sgretola con l’arrivo della nuova possibilità di salvezza rappresentata dalla nascita di Cristo.
Sullo sfondo compare un paesaggio collinare e roccioso di fantasia nel quale rovine, alberi e paesaggio si fondono in un insieme suggestivo, secondo un motivo attestato in varie incisioni di Albrecht Dürer. Da notare la cura e la precisione con cui Moretto si sofferma sul alcuni dettagli: le foglie dei cespugli arrampicati sulle pareti, i tronchi nodosi degli alberi, l’intonaco scrostato che copre i muri di mattoni, il tutto nel segno di quel naturalismo lombardo che distingue la produzione dei grandi maestri della pittura bresciana del ‘500: Moretto, Romanino e Savoldo.
La scena principale è poi completata da piccoli ma importanti particolari ed episodi piuttosto insoliti, come l’episodio narrato nei vangeli apocrifi della “levatrice incredula” (fig. 1): secondo questo racconto, il parto della Vergine fu assistito da una levatrice che non credeva in questa nascita miracolosa da una donna che aveva conservato la sua verginità. La levatrice sarebbe stata punita con l’infermità della mano, che era il suo strumento di lavoro, infermità alla quale il bambino mise fine compiendo il suo primo miracolo poiché con il tocco, con il contatto del suo corpo guarì la mano della lavatrice. Moretto racconta proprio questo momento del ritrovato uso della mano, in cui la levatrice assiste la Vergine per il primo bagnetto del bambino, a cui allude il bellissimo brano di natura morta nella parte bassa della tela: il bacile metallico e la cesta di panni bianchi (fig. 2), che saranno poi utilizzati per asciugare il bambino e che simbolicamente ricordano il bianco del sudario.
Ricordiamo che la “scena della levatrice incredula” è una scena insolita e raffigurata da pochi altri pittori, fra i quali Lorenzo Lotto, che sappiamo essere legato a Moretto da un’amicizia personale nonché da grande ammirazione.
Un altro episodio particolare è la presenza di San Girolamo (fig. 3) sulla destra affiancato da un padre girolamino, che molto probabilmente è il donatore dell’opera, ovvero fra Ludovico Barcella da Chiari, che era stato priore del convento e che seguì i lavori di modernizzazione della basilica all’inizio del 1500. Ricordiamo infatti che la basilica era un tempo officiata dalla Congregazione degli eremiti di San Gerolamo. Anche qui è interessante notare la capacità di Moretto di realizzare il ritratto del frate, preciso in modo quasi fotografico nella restituzione dei tratti della sua fisionomia, nonché la bravura nel rappresentare il corpo del santo, teso, muscoloso e nerboruto, chiaro esempio di pittura precaravaggesca.













