Card. Angelo De Donatis, Penitenziere maggiore della Penitenzieria Apostolica
Concesio, 26 settembre 2025
Chi dice la gente che sia il Figlio dell’uomo?
Innanzitutto Paolo VI ha sentito il bisogno di porsi l’interrogativo su come il Giubileo potesse essere accolto da un mondo moderno e da una Chiesa che non voleva più apparire ancorata a vuote tradizioni del passato. Dice:
Ci siamo domandati se tutta questa tradizione meriti di essere mantenuta nel tempo nostro, tanto diverso dai tempi passati, e tanto condizionato, da un lato, dallo stile religioso impresso dal recente Concilio alla vita ecclesiale, e, dall’altro, dal disinteresse pratico di tanta parte del mondo moderno verso espressioni rituali d’altri secoli; e ci siamo subito convinti che la celebrazione dell’Anno Santo, non solo può inserirsi nella coerente linea spirituale del Concilio stesso, alla quale preme a noi di dare fedele svolgimento, ma può benissimo corrispondere e contribuire altresì allo sforzo indefesso e amoroso che la Chiesa rivolge ai bisogni morali della nostra età, all’interpretazione delle sue profonde aspirazioni, ed anche alla onesta condiscendenza verso certe forme delle sue espressioni esteriori preferite. (Udienza Generale, 9 maggio 1973)
Questa domanda alla Chiesa su cosa pensi la gente, plasma il Giubileo stesso a divenire un tempo di interrogazione, di esame, di coscienza. L’Anno Santo assume la caratteristica di invitare tutti: il cristiano, l’uomo e il mondo intero, a riscoprire un senso critico su ciò che si vive e sullo stile che si adotta e sulle risposte che ci si è dati alle grandi questioni della vita.
Ascoltiamo ancora Paolo VI:
Si tratta, in altri termini, di un esame complessivo della nostra mentalità in ordine a due realtà principalissime: in ordine alla religione che professiamo, e in ordine al mondo in cui viviamo. […] È maturo il momento di un atto di coscienza totale sui valori supremi e sui valori subalterni; è tempo di scelta non solo pratica e remissiva, ma pensata altresì e impegnativa sul carattere generale, che vogliamo imprimere alla nostra esistenza: cristiano, o no? che, alla fine vuol dire, veramente umano, o no? (Udienza Generale, 16 maggio 1973)
Il Giubileo diventa per il pontefice l’ennesima occasione di mettersi in ascolto del mondo e delle sue criticità in ordine alla religione. Ma non per una sconfortante analisi, bensì, in uno spirito giubilare, per poter ripartire, avendo maggiormente chiara la direzione della Speranza, riaffondando le radici nella terra buona della volontà di Dio, rivelata in Cristo, e riaprendo canali comunicativi tra la Chiesa e il mondo, interrotti dal peccato.
Ascoltiamo ancora il Papa:
Questo benedetto Anno Santo pone davanti al nostro spirito la questione solenne e fondamentale: che cosa in fondo dobbiamo fare per rimettere ordine, equilibrio, saggezza, perfezione nella nostra vita? […] Amare Dio! grande parola! grande legge! Ma è facile? È possibile a noi, figli del nostro secolo? Dio: come lo conosciamo? Siamo più abituati a dubitare di Lui, che a pensare a Lui: come possiamo con quella forza e con quella totalità di sentimenti, di certezza, di propositi, che il Vangelo reclama? non vi è piuttosto una posizione critica nello spirito dell’uomo moderno, che una disposizione amorosa? […] Noi presentiamo questo aspetto negativo della nostra questione per onestà di realismo psicologico, morale verso il nostro tempo. E per alzare la voce nostra e la coscienza di tutti su l’estrema importanza di restituire alla nostra religione la sua base fondamentale: l’amore a Dio. Ma potremmo anche dire qualcosa sulle aspirazioni, segrete e palesi, con cui l’anima umana, fatta per tendere a Dio, ancora oggi ci documenta la sua sete di Lui, inestinguibile sete, finché l’uomo resta uomo. (Udienza Generale, 5 novembre 1975)
La Chiesa deve avere a cuore il rinnovamento e la riconciliazione dell’uomo moderno con Dio, non basta un processo di auto perfezionamento, resta chiara l’identità missionaria del soggetto ecclesiale:
È necessario in questo molteplice scopo mettere in evidenza la concezione essenziale dell’Anno Santo, ch’è il rinnovamento interiore dell’uomo: dell’uomo che pensa, e pensando ha smarrito la certezza nella Verità; dell’uomo che lavora, e lavorando ha avvertito di essersi tanto estroflesso da non possedere più abbastanza il proprio personale colloquio; dell’uomo che gode e si diverte e tanto fruisce dei mezzi eccitanti una sua gaudente esperienza da sentirsi presto annoiato e deluso. Bisogna rifare l’uomo dal di dentro. E noi pensiamo di non errare scoprendo nell’uomo d’oggi una profonda insoddisfazione, una sazietà unita ad un’insufficienza, una infelicità esasperata dalle false ricette di felicità dalle quali è intossicato, uno stupore di non saper godere dei mille godimenti che la civiltà gli offre in abbondanza. Cioè egli ha bisogno di un rinnovamento interiore, quale il Concilio ha auspicato.
Ora, a questo rinnovamento personale, interiore, e quindi, sotto certi aspetti, anche esteriore, tende precisamente l’Anno Santo, questa terapia, facile e straordinaria insieme, che dovrebbe portare il benessere spirituale ad ogni coscienza, e di riflesso, in qualche misura almeno, alla mentalità sociale. Questa l’idea generale del prossimo Anno Santo, polarizzata in un’altra idea centrale particolare e rivolta alla pratica: la riconciliazione.
Il termine «riconciliazione» richiama il concetto opposto di rottura. Quale rottura dovremmo aggiustare per raggiungere quella riconciliazione, ch’è condizione dell’auspicato rinnovamento giubilare? Quale rottura? Ma non basta forse porre questa parola programmatica di riconciliazione per accorgerci che la nostra vita è turbata da troppe rotture, da troppe disarmonie, da troppi disordini per poter godere dei doni della vita personale e collettiva secondo la nostra ideale finalità?
Abbiamo innanzi tutto bisogno di ristabilire rapporti autentici, vitali e felici con Dio, d’essere riconciliati, nell’umiltà e nell’amore, con Lui, affinché da questa prima, costituzionale armonia tutto il mondo della nostra esperienza esprima una esigenza ed acquisti una virtù di riconciliazione. (Udienza Generale, 9 maggio 1973)
Voi chi dite che io sia?
Sei cristiano veramente? Come lo sei? Quale stile autentico lo mostra? Per il Pontefice è importante affermare il primato della coscienza personale:
Se uno scopo di comunione universale non può non essere negli intenti di un’affermazione che riguarda tutta la Chiesa nelle sue proprietà essenziali di unità e cattolicità, questo tuttavia non è primario come effetto nel tempo, ed anche come valore in se stesso, perché suppone ed esige il conseguimento di un altro scopo antecedente: la conversione dei cuori, il rinnovamento interiore degli animi, l’adesione personale delle coscienze. Prima l’uomo singolo e cosciente; poi la folla.
Noi vorremmo che a questa prima finalità dell’Anno Santo fosse data somma importanza. Dobbiamo mirare innanzi tutto ad un rinnovamento interiore, ad una conversione dei sentimenti personali, ad una liberazione da mimetismi convenzionali, ad un rifacimento delle nostre mentalità, con la deplorazione, più che altro, delle nostre mancanze di fronte a Dio, e verso la società degli uomini fratelli, ed a riguardo del concetto stesso che ciascuno deve di sé, come figlio di Dio, come cristiano, come membro della Chiesa. È una nuova filosofia di vita, se così si può dire, che deve formarsi in ogni membro del corpo mistico di Cristo; ognuno di noi è invitato a rettificare il suo modo di pensare, di sentire, di operare in ordine al modello ideale del seguace di Cristo, pur essendo cittadino leale ed operoso della società civile contemporanea.
Questa grande concezione dell’Anno Santo: dare alla vita cristiana un’espressione autentica, coerente, interiore, piena, capace di «rinnovare la faccia della terra», nello Spirito di Cristo, deve essere ben presente nelle nostre menti, con una conseguenza immediata molto importante: il compimento di questo disegno comincia subito, e si svolge nella coscienza personale di ciascuno di noi. Vorremmo che questo aspetto personale ed interiore della grande impresa spirituale, ora iniziata, fosse in testa a tutti i programmi. Ognuno di noi deve sentirsi chiamato in causa per elaborare su se stesso, in se stesso, il rinnovamento religioso, psicologico, morale, operativo, al quale l’Anno Santo vuole arrivare. (Udienza Generale, 20 giugno 1973)
Per Montini l’Anno Santo diviene la risposta di Dio al bisogno del mondo e dei giovani in particolare di autenticità: lo Spirito di Misericordia agisce e forma cristiani testimoni, attraverso un’opera di rinnovamento e di riconciliazione, facendo vedere una Chiesa più luminosa, più capace di collegare le aspirazioni degli uomini contemporanei al Cristo che le soddisfa.
Se poniamo l’Anno Santo come un esperimento in pienezza della vita cristiana […]si tratta di fare sul serio, d’essere realisti nella nostra professione cattolica. […] il vincolo con Cristo non può essere puramente formale e rilassato, ma deve essere vero e teso; […]. Una necessità di coerenza ci obbliga a uscire dalla mediocrità, dalla tepidezza, dalla superficialità, dal doppio gioco dell’aderenza positiva al Vangelo, che abbiamo promessa, e della licenza permissiva all’edonismo oggi così facile, interno ed esterno, che ci fa tradire la croce. […] Coerenza; questo è il rinnovamento che l’Anno Santo deve imprimere nei battezzati e nei consacrati.
L’altra categoria di persone, a cui può essere interessante il realismo cattolico dell’Anno Santo, è quella dei giovani. Sono loro per primi che ci parlano di autenticità. […] Rinasce forse nella nuova generazione giovanile un atteggiamento positivo verso la verità, la giustizia, l’amore; verso la preghiera e la fede; verso la ricerca innocente d’una Chiesa umile e buona, capace di ridare senso e valore alla vita, e di pianificare una pace virile e laboriosa, dai confini universali? (Udienza Generale, 11 luglio 1973)
Tu sei beato, Simone
Sì, il grande rinnovamento del mondo passa per il piccolo movimento della rinascita del singolo credente. Questo cambiamento, che è interiore e personale, non produce frutto solamente entro i confini della propria esistenza, ma diviene passaggio e strumento eletto da Cristo per la sua opera di redenzione.
Per la professione di Pietro, per la professione di uno, si sviluppa un’azione che Cristo vuole per il mondo intero. La civiltà dell’amore si espande senza interruzioni e continua a trasfigurare la realtà, rendendo la storia un pellegrinaggio dell’umanità verso il Regno di Dio. La beatitudine di un uomo, il suo cammino di rinnovamento e riconciliazione, è il crocevia della beatitudine che Dio promette all’umanità intera.
Ascoltiamo le parole di Paolo VI:
Il Giubileo segna l’apertura d’un periodo nuovo della vita religiosa e spirituale nel mondo, non come un avvenimento fra i tanti della storia, quasi a sé stante, ma come un principio, un fatto genetico, una conseguenza del Concilio, destinata a caratterizzare un rinnovamento interiore e morale nella coscienza degli uomini (Udienza Generale, 23 maggio 1973).
E ancora il Papa dice:
Impossibile quindi immaginare un rinnovamento cristiano che non sia nello stesso tempo un rinnovamento nell’amore del prossimo, e quindi possiamo pure usare il linguaggio attuale: un rinnovamento sociale. Il discorso diventa così assai importante e assai delicato. Importante, perché entra nel dramma delle lotte e delle evoluzioni sociali, proprie del nostro tempo, con l’intenzione di apportarvi non solo la formula risolutiva, che è quella della fratellanza degli uomini tra loro (Matth. 23, 8), ma la capacità altresì di realizzarla, con l’esclusione della lotta sistematica, della lotta di classe, e con la difesa, anzi la promozione della dignità e della libertà della persona umana, nel rispetto per ogni altro membro dell’umana famiglia. (Udienza Generale, 12 novembre 1975)
Come per Pietro la sua beatitudine viene dall’alto, così, per Paolo VI, la beatitudine che la Chiesa vive e propone nella relazione tra gli uomini si fonda su una dimensione verticale:
L’estrema importanza assunta oggi dalle relazioni umane e dai modi di considerarle e di instaurarle ci obbliga a ripetere la nostra riflessione sulla carità verso il prossimo, ben sapendo che la carità, cioè l’amore soprannaturale di Dio per noi, quale ci è stato rivelato da Cristo e comunicato con l’effusione dello Spirito Santo, rappresenta il valore centrale della nostra religione […]. Se il cuore non è pervaso di questo amore superiore, ch’è la carità, come la nostra vita ne potrà dare testimonianza esteriore, concreta e sociale? […] E nel semplice tentativo di sperimentare se il nostro cuore sia abile e pronto ad «amare il prossimo», scopriremo quanto sia logico, quanto sia necessario che l’amore verso il prossimo trovi il suo fondamento, la sua sorgente, la sua suprema ragion d’essere nell’amore di Dio: di Dio a noi, e di noi a Dio. (Udienza Generale, 19 novembre 1975)
Le porte dell’Ade non la potranno vincere
Il Giubileo per Papa Montini fa irrompere nella fede della Chiesa una più chiara Speranza dei destini supremi e ultimi; una Speranza capace di mettere insieme fede personale e carità sociale, amore a Dio e amore all’uomo. Il Giubileo fa risuonare l’esperienza che la Chiesa non è morta e parla ancora agli uomini del loro destino, del loro presente e del loro futuro.
Il senso generale dell’Anno Santo è quello di un atto di fede; anzi d’un atto che integra la fede con un atto di speranza, cioè di attesa di futuri destini, quelli così detti escatologici, cioè ultimi, che fin d’ora noi pregustiamo, ed ora, nella vita quotidiana, che passa e che corre, noi prepariamo in combinazione con misteriosi, ma non del tutto ignoti, disegni divini, sovrastanti la fluida storia umana, corrente alla foce d’una apocalittica eternità. La religione ancora s’impone; e più che mai si dimostra come il completamento necessario e felice, che riempie il vuoto, cioè il bisogno spirituale dell’umanità, crescente proprio in funzione del suo progresso nella cultura e nella conquista del mondo.
Oh! per rifarci ad una campana fessa, ch’è falsamente risuonata nel nostro tempo, noi diremo, terminando gaudiosamente il nostro Anno Santo: «Dio non è morto»! Dio è più sfolgorante che mai sul cielo nuvoloso del nostro tempo. La nostra religione svela la verità, il senso della vita; la nostra religione le conferisce, con le sue speranze, il suo vero valore, la sua provvida ragione di viverla coraggiosamente in onestà e pienezza… e poi la suprema parola! Ditela voi, se l’avete scoperta compiendo le umili osservanze dell’Anno Santo. La parola più esaltata e più profonda; la parola, che riferita al suo supremo ed autentico significato tutto comprende e tutto spiega; la parola «Amore»: Dio è Amore! Questa è la rivelazione ineffabile, di cui il Giubileo, con la sua pedagogia, con la sua indulgenza, col suo perdono e finalmente con la sua pace, piena di lacrime e di gioia, ci ha voluto riempire lo spirito oggi, e sempre la vita domani: Dio è Amore! Dio mi ama! Dio mi aspettava ed io l’ho ritrovato! Dio è misericordia! Dio è perdono! Dio è salvezza! Dio, sì, Dio è la vita! (Udienza Generale, 17 dicembre 1975)
È bello concludere con le parole con cui Paolo VI parlò alla diocesi di Roma nell’inaugurare il cammino diocesano. Esse tradiscono come la proposta del Giubileo di rinnovamento e riconciliazione e di Speranza, la sentisse come una chiamata profetica nel vivere il suo matura mandato petrino. Forse non si è indagato abbastanza, quanto abbia rappresentato per lui in quegli anni la cifra esatta di come si sentisse chiamato a traghettare la Chiesa post-conciliare nel moderno e il moderno nella Chiesa di Cristo. Nell’invitare la Chiesa di Roma a farsi carico della preparazione di un anno giubilare, richiama tutta la sua autorità apostolica. Pur facendolo alla maniera dell’uomo moderno, sente di dover più che proporre il Giubileo, deve indicarlo con tutta la sua autorità petrina!
Chi vi annuncia questo? Un povero uomo, un fenomeno di piccolezza. Io tremo, fratello e figli, tremo nel parlare, perché sento di dire qualcosa che immensamente mi supera, delle cose che io non ho abbastanza testimoniato e servito, delle cose che meriterebbero davvero una voce profetica che avesse a dare l’ampiezza lirica e potente della loro realtà. E invece ve le dico così. Non ho niente da leggere, come di solito voglio fare, per essere più chiaro e più breve nei miei discorsi. Leggo adesso nel mio cuore, sento la mia piccolezza e la sproporzione schiacciante tra il messaggio che annuncio e la mia capacità di esporlo e anche di viverlo. Ma nello stesso tempo non posso negare, non posso tacere che io sia mandato. Non parlo, di me, non vi annuncio un qualche mio ritrovato pensiero, di studio o una formula mutuata da qualche sapiente. Io vi annuncio la parola di Cristo, io sono mandato da lui, io il successore di San Pietro. Accoglietemi, non disprezzatemi, accoglietemi per quello che sono. Sono il Vicario di Cristo. In nome suo vi parlo e perciò vi prego di avere riguardo non tanto a me quanto alla mia parola e al mio annuncio, e di capire che cos’è questa chiesa gerarchica e costituita che ha la missione di annunciare con autorità e con sicurezza la parola del Signore. È venuto il momento in cui vi devo chiedere tutta la Vostra adesione e il vostro ascolto (10 novembre 1973).










