A cura di don Edoardo Sartori
Con queste parole del ritornello dell’inno del Giubileo che abbiamo cantato quest’anno abbiamo anche proclamato che «ogni lingua, popolo e nazione trova luce nella tua parola». La Parola, infatti, si è fatta carne in Gesù. In Lui «Dio si è fatto uomo», è diventato uno di noi, ha assunto la nostra carne. È Dio stesso che viene a noi, in mezzo agli uomini per essere accanto a noi. In Lui c’era la vita, c’era la luce. Non è una metamorfosi in senso allegorico, ma si è fatto realmente carne.
Qui abbiamo una speranza fondata di salute. È una salvezza che è resa possibile da colui che si è incarnato. Proprio perché ha preso la nostra carne la conseguenza è ancora più importante: la tua, la nostra carne si divinizza. Tu sei immortale. Tu, la tua carne. Qui è la grande novità. Qui è il fondamento della speranza. Questa è la conseguenza della Parola che si è fatta carne. In grazia di questo movimento di Dio verso di noi ecco che noi siamo divinizzati nella totalità del nostro essere. Questa è la novità e la totalità dell’annuncio cristiano. Per questo il canto del giubileo prosegue affermando «figli e figlie, fragili e dispersi, sono accolti nel tuo Figlio amato».
Tutto questo non può che aiutarci a trasformare il nostro modo di vedere e guardare la nostra vita: guardi alla tua vita come a un parto, o la vedi come una morte? Nella lettera ai Romani San Paolo ci offre un testo straordinario: «Sappiamo bene infatti che tutta la creazione geme e soffre fino a oggi nelle doglie del parto; essa non è la sola, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo. Poiché nella speranza noi siamo stati salvati» (Rm 8,22-24).
In questa prospettiva la vita non è una storia assurda, senza senso. La vita è una nascita e per questo la parola speranza è quella che ci sostiene: noi siamo fatti per l’infinito. Anche quando ci pare di avere una vita sonnambula, fatta di ripetizioni banali, di compiti e di routine usuali, di cose che si impongono per conto proprio. Anche quando il nostro orizzonte sembra essere sempre più corto, striminzito, quasi estinto, e che non possiamo farci illusioni. Anche quando pare che la vita si restringa, si assottigli, il nostro cuore è fatto per cose incomparabili. Dio è per ogni uomo un «grembo eterno di infinita vita, nel cammino io confido in Te».
Con le parole della terza strofa dell’inno giubilare vorrei fare gli auguri di Buon Natale a ciascuno personalmente e a tutti:
Alza gli occhi, muoviti col vento,
serra il passo: viene Dio, nel tempo.
Guarda il Figlio che s’è fatto Uomo:
mille e mille trovano la via.










