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Semplicemente Francesco

2 Settembre 2025 | Numero 2/2025

Nella biografia di San Francesco, laddove vengono narrate le sue ultime ore, mi ha sempre colpito un’espressione che il Poverello rivolge ai frati presenti: «Io ho fatto la mia parte; la vostra, Cristo ve la insegni!» (cfr. Vocazione Francescana, Bibbia Francescana 1239).
Ecco, anche papa Francesco, nel suo magistero, sembra averci insegnato questo!
Noi sappiamo quanto fosse devoto di San Paolo VI, e come lui sia stato primo in tante cose: primo Papa gesuita, primo Papa originario dell’America Latina, primo a scegliere il nome di Francesco, primo ad essere eletto con il predecessore ancora in vita, primo a risiedere fuori dal Palazzo Apostolico, primo a visitare terre mai toccate da un Pontefice, primo a firmare una Dichiarazione di Fratellanza con una delle maggiori autorità islamiche. Primo Papa ad assegnare ruoli di responsabilità a donne e laici in Curia e, ancora, a guidare la Chiesa mentre nel mondo non infuriava «la» guerra ma tante guerre, piccole e grandi, combattute «a pezzi» nei diversi continenti. Una guerra che «è sempre una sconfitta» (Angelus del 23 ottobre 2023), come ha ripetuto negli oltre 300 appelli, anche quando la voce veniva a mancare.
Come non ricordare la serata del 13 marzo 2013: «Incominciamo questo cammino, vescovo e popolo», sono state le prime parole pronunciate dalla Loggia delle Benedizioni. A quella folla il neo-eletto Papa 76enne, scelto dai confratelli cardinali «dalla fine del mondo», chiese la benedizione.
È certamente difficile riassumere in poche righe il suo pontificato, ma alcuni accenni sono doverosi.
Il primo aspetto è senz’altro la vicinanza al popolo, agli “scartati dalla società”, che il Papa ha manifestato in tutti gli anni a venire in vari modi: con i Venerdì della Misericordia nel Giubileo del 2016 in luoghi di emarginazione ed esclusione, con i Giovedì Santo celebrati in carceri, case di cura e centri accoglienza, con visite e telefonate a sorpresa. E l’ha manifestata in ogni viaggio apostolico.
Il secondo aspetto sono stati i 47 pellegrinaggi internazionali, realizzati ascoltando e rispondendo ad un «movimento» interiore, come egli stesso rivelò nel volo di ritorno dall’Iraq. Sì, vorrei proprio ricordare questo viaggio straordinario in Iraq: tre giorni tra Baghdad, Ur, Erbil, Mosul e Qaraqosh, terre e villaggi, con il sangue sui muri e le tende degli sfollati lungo le strade, nel mezzo di preoccupazioni generali per la sicurezza. Un viaggio sconsigliato da molti per la salute e il rischio attentati; un viaggio voluto a tutti i costi. Il viaggio «più bello», ha sempre confidato Francesco stesso, primo Papa a calpestare la terra di Abramo, là dove Giovanni Paolo II non riuscì ad andare, e ad avere un colloquio con il leader sciita Al-Sistani.
E come non ricordare, forse, più delle tante parole e dei tanti scritti, l’immagine per eccellenza: lui, solo, claudicante, sotto la pioggia, nel silenzio generale del lockdown e l’unico sottofondo di un’ambulanza, mentre attraversa piazza San Pietro nel tempo sospeso della pandemia, con il mondo chiuso in casa a guardare in streaming un uomo anziano che sembrava portare sulle spalle tutto il peso di una tragedia che ha ribaltato quotidianità e abitudini. L’umanità era afflitta ma il Papa parlava di speranza e di fratellanza: «Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo tutti chiamati a remare insieme».
E vorrei concludere con il suo grido: “Tutti, tutti, tutti” perché all’interno della Chiesa c’è posto per «tutti, tutti, tutti» per costruire un mondo migliore, più giusto e pacifico, con l’impegno di tutti: popolo e istituzioni, vicini e lontani.

Claudio Fiorini

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