Una parola sul ministero dell’Accolitato
«Amate di amore sincero il corpo mistico del Cristo,
che è il popolo di Dio,
soprattutto i poveri e gli infermi»
(dal rito di istituzione dei ministri accoliti)
Mi sono sorpreso, durante il rito dell’Accolitato, nel sentire queste parole rivolte a me lo scorso 9 maggio. Una benedizione e, allo stesso tempo, un monito che mi chiama, mi provoca. La Chiesa è sempre stimolante.
Mi si chiede di amare Cristo, il mite falegname di Nazaret, il confortatore dei sofferenti e il medico dei cuori. E la Chiesa mi indica di amare (come una sposa!) una signora dai boccoli bianchi, sguardo severo e parola tagliente. Il suo fare è brontolone, penso che da anni abbia dimenticato cosa sia un sorriso. Certo, mi parla continuamente di un certo Gesù, ma penso che l’abbia lasciato alla camera mortuaria, perché di allegro non c’è proprio niente nel suo vivere. Ironia della sorte o mistero insondabile?
Mi si chiede di adorare il Signore dell’Universo, l’Altissimo che sottomette i popoli (Sal 144,2), il Grande Re (Sal 48,3). Pronto per il sublime incontro, tremo estasiato per l’onore ricevuto, il passo è svelto e il respiro affannoso. All’improvviso mi si para davanti, come se volesse farmi sfumare l’occasione della vita, un uomo sulla cinquantina, i vestiti sono apparentemente decorosi ma il volto è trasandato più dal dolore che dalla barba incolta. Il viso è scavato e pallido, quasi bianco, tanta è la sua fiacchezza. Un padre che non ha più casa: il poco che prende lo dà alla madre dei suoi figli e così pure il tetto sotto cui viveva. Decisione di un giudice divorzista. Sa che il gioco del rimbalzo delle colpe è ormai passato, lo fanno solo i bambini per attirare l’attenzione dei grandi, e non ne vale più la pena. L’abbraccio ai figli è cronometrato, programmato mensilmente e osservato con diffidenza. Voi tutti che passate per la via, considerate e osservate se c’è un dolore simile al mio dolore, al dolore che ora mi tormenta (Lam 1,12). Provo a correre avanti per non perdere il grande appuntamento, ma quasi impacciata e intimorita, una voce sconosciuta mi spiega che l’incontro è già avvenuto. Dopotutto, mi ricorda, sarebbe pretenzioso riconoscere immediatamente la presenza di Dio.
Allora lo invoco con forza questo Dio, con decisione, perché guarisca la mia poca fede. Come faccio a riconoscerlo in questa umanità sfigurata. Davvero necessito di un medico che guarisca il mio sguardo e purifichi il mio giudizio. E la Chiesa mi indica il reparto di oncologia, l’aria è sterilizzata e profumata ma tutto mi parla di sterilità, anzi di morte. Qua, in un letto bianco come le pareti, come una larva umana, in una smorfia di dolore, ecco il Cristo, mi indica la Chiesa sicura! E io, ribelle, scappo via da queste inaudite provocazioni!
Qualcuno mi aiuti, mi nutra in questa fame profonda: dove sei, o Dio? Mendico solo questo, come un povero che chiede soltanto un pezzo di pane per sopravvivere. La Chiesa, splendida nella sua femminilità materna, mi offre davvero un pezzo di pane, anch’esso bianco. Bianco perché muto o perché dice tutto. Anzi, quell’ostia è l’unica e vera Parola capace di rispondere al grido più profondo.
Ma i miei occhi non vanno oltre quel timido cerchio bianco, come annegati nel nulla…
Signore, donami i tuoi occhi per riconoscerti vivo nel mondo, come ti contemplo vivo anche nell’Eucaristia! Signore, quando ti contemplo vivo nell’Eucaristia, ti vedo vivo anche nei poveri e negli infermi. Quindi vivo anche in me: questa sì che è una provocazione!
Dante Maria Mazzacani










