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I linguaggi della Pace

2 Settembre 2025 | Numero 2/2025, S. Vigilio

Viviamo un tempo complesso in cui spesso capita che per la quotidiana fretta del fare ognuno si occupi esclusivamente della propria vita senza occuparsi o almeno rendersi conto di ciò che accade intorno. Ed è così anche guerre – non dico insensate, poiché nessuna guerra ha senso, anche quelle per difendersi da un’aggressione – ci coinvolgono in modo molto superficiale o comunque non tale da modificare in modo significativo il nostro stile di vita. Immagini di tragedie che non riusciamo a interpretare pienamente nel loro determinarsi entrano nelle nostre case in una mescolanza di informazioni a rapido passaggio che spesso non ci lasciano il tempo per riflettere. O al massimo ci creano un senso di frustrazione e impotenza che stimola una domanda: “ma io cosa ci posso fare…?”. Già, cosa ci posso fare io come cittadino che vive la sua quotidianità fra impegni lavorativi e di famiglia? Non c’è una risposta univoca a questa domanda, come ovviamente non esistono soluzioni facili a problemi complessi, ma credo che qualcosa sia possibile fare. Sulla base di questo pensiero e in accordo con l’Unità Pastorale San Paolo VI il Gruppo Amici di Romena Brescia ha proposto da febbraio a maggio quattro incontri il cui filo conduttore è stato: “I linguaggi della Pace: Cura, Educazione, Perdono, Amore”. Parole fondamentali che esprimono un atteggiamento di pace, poiché la pace non è un concetto ma un modo di pensare che si traduce in un atteggiamento concreto, cioè in quella vita che esprimiamo, ognuno, indipendentemente dal ruolo che svolge nella quotidianità. La pace è frutto di un pensiero, determinato, pervasivo, inclusivo, che permette la convivenza di realtà anche molto diverse. Per un cristiano poi la pace è molto di più, perché si basa su una meravigliosa, oserei dire, quasi folle speranza, un Amore irresistibile, continuativo, incessante, resistente, che alla fine vincerà come Gesù ci ha insegnato.

Gli incontri sono avvenuti nella sala teatro dell’Oratorio di San Vigilio e si sono aperti il 21 febbraio con Massimo Orlandi, giornalista e scrittore. Massimo ci ha introdotto in una realtà spesso vista con scetticismo, a volte con timore, che è quella dei migranti della rotta balcanica. Persone, quasi tutti giovani, poiché la fatica e le peripezie del lungo cammino oltre ai soprusi di cui vengono fatti oggetto dalle polizie di vari Stati non permettono a persone di una certa età o a donne di affrontare un tale viaggio che dura anni. Queste persone, costrette a lasciare i loro Paesi, spesso in guerra da decenni e senza alcuna speranza di un futuro umanamente accettabile, lasciano famiglie e amici portando con sé quel poco che riescono a mettere insieme per affrontare il viaggio estenuante e fra queste poche cose il cellulare, unico strumento che consente loro di mantenere un minimo contatto con le proprie radici. Cellulare che spesso viene interpretato come oggetto di lusso e non di necessità per far sapere ai propri genitori che le cose vanno bene, a volte anche quando così non è, pur di farli stare più tranquilli. Nessuno sa con precisione quanti di questi muoiano durante la rotta. In mezzo a tanta sofferenza però ci sono spiragli di luce. A Trieste una coppia di persone di una certa età, Milena Fornasir e Gianandrea Franchi (oggi ultraottantenne), hanno dato vita ad un movimento di volontari che si prendono cura di tutti quelli che giungono nella Piazza del Mondo a Trieste. Lo fanno in modo semplice, partendo dal basso, cioè dai piedi, martoriati, per l’estenuante cammino e spesso affetti da infezioni. La rivoluzione della cura è il libro che Massimo ha scritto dopo essere stato a Trieste e aver toccato con mano questa realtà così coinvolgente e il cui ricavato per metà viene devoluto a questa iniziativa.

Il 17 marzo Pier Luigi Ricci, formatore ed educatore, ci ha parlato del ruolo dell’educazione per la costruzione di una società pacificata. Il titolo della serata è stato: “Educare alla pace: sì, è possibile”. Non è possibile educare alla pace se questa non vive dentro di noi, se non siamo noi pacificati con noi stessi e con gli altri. Molte sono le circostanze anche all’interno delle famiglie tra fratelli e sorelle, fra genitori e figli, che ci impediscono di vivere in pace. Impariamo a lasciare andare il passato, liberandoci da sofferenze che ci tengono alla catena a volte per tutta la vita impedendoci così di poter vivere nella pienezza. Impariamo a metterci nei panni degli altri: cosa veramente difficile quando non riusciamo neppure ad accettare la vita nei nostri di panni.

L’incontro con don Paolo Costa, Parroco di Prato di Strada nel Casentino, che si occupa di incontri formativi e percorsi di fraternità, è avvenuto il 7 aprile con il tema: “Perdono e Verità”. Alcuni punti salienti del discorso ci hanno toccato in profondità:

  • aver coraggio di scoprire la nostra nudità;
  • non usare la morale e il giudizio;
  • avere l’infinita pazienza di attendere che qualcosa di buono nasca nella coscienza degli uomini e la fiducia nella storia che non comprendiamo;
  • ringraziare, perché ogni ferita ci ha portato oggi a essere quel “nuovo” che siamo diventati e dal quale siamo chiamati ad essere per ripartire! Ricordiamoci che siamo chiamati dal futuro, non dal passato!

La Dottoressa Maria Teresa Abignente, medico nonché collaboratrice di diversi corsi presso Romena e con don Luigi Verdi responsabile del gruppo Nain, composto da genitori a cui è morto un figlio, il 15 maggio ci ha condotti sui sentieri di quell’Amore che è fondamento essenziale della vita: “Il rischio di amare” è il titolo dato all’incontro.

Perché l’amore a cui tutti gli esseri umani protendono ci espone a dei rischi come dice anche Alda Merini: “Amare è rischiare di essere rifiutati. Vivere è rischiare di morire. Sperare è rischiare di essere delusi. Provare è rischiare di fallire. Rischiare è una necessità. Solo chi osa rischiare è veramente libero”. La realtà è che non esiste nulla nella nostra vita che abbia valore, che non comporti dei rischi. L’Amore prima di ogni altra cosa ci permette di realizzare pienamente la nostra umanità. Ma non è possibile riuscire davvero ad amare gli altri se prima non abbiamo imparato ad amare noi stessi. Amarci per come siamo, nelle nostre debolezze e mancanze e far sì che queste diventino elementi preziosi del nostro cammino di crescita. Come potrebbe essere possibile comprendere gli errori degli altri se non riusciamo a perdonare i nostri? Anche nel percorso educativo dei nostri figli un eccesso di amore potrebbe compromettere la loro crescita esattamente come una carenza dello stesso potrebbe produrre. In sintesi sembrano appropriate le parole di Rainer Maria Rilke: “Ti ama davvero chi ti obbliga a diventare il meglio di ciò che puoi diventare”. Molto ci sarebbe da dire su questi incontri che senza pretendere di dire cose nuove ci hanno stimolato comunque a riflettere e forse modificare alcuni aspetti nella nostra vita quotidiana. Certo non hanno fornito risposte alla domanda di fondo di cosa possiamo fare noi per la pace, né questa era la nostra aspettativa. Ci hanno fornito spunti pratici affinché ognuno di noi possa comprendere meglio che la pace non è solo assenza di guerra, bensì un pensiero costante che si traduce in una vita da persone in pace con sé stesse e gli altri, disarmate nelle parole, nei fatti e nei propositi. La pace non è un’utopia ma un modo di essere, una scelta, sempre…

Francesco
(Amici di Romena – Brescia)

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