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L’immagine di copertina: la “Cappella Parva” nella Chiesa di S. Maria del Carmine (Brescia)

16 Marzo 2026 | Numero 1/2026

a cura di Laura Bazzana

Siamo nel contesto della splendida chiesa cittadina di Santa Maria del Carmine, dove si trova la cosiddetta “Cappella Parva” (fig. 1), una cappella laterale separata dalla chiesa, accessibile esternamente attraverso il cortiletto dei carri. Fu voluta dai frati stessi con funzioni probabilmente cimiteriali ed eretta sul finire del millequattrocento.

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Attraversato il portichetto che la precede, si accede alla cappelletta, costituita da due piccoli ambienti. I vani sono entrambi coperti da volte a crociera e quello di fondo termina con un’abside quadrangolare. Le pareti sono interamente coperte da interessanti e raffinati affreschi.

Sulla parete di fondo dell’abside quadrangolare si presenta, davanti ai nostri occhi, una splendida Madonna in trono con il bambino (fig. 2), racchiusa in una nicchia con il catino a conchiglia, ai lati due santi: Giovanni Evangelista a sinistra e Maria Maddalena a destra (fig. 3), sullo sfondo un parapetto delimita lo spazio compositivo, medaglioni e lesene di gusto classicheggiante completano la decorazione dello spazio dipinto.

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Il tutto si presenta secondo un gusto raffinato, tipico della pittura del primo Rinascimento, la scena è composta ed elegante e i colori sono tenui e delicati, i panneggi mancano invece ancora di quella morbidezza tipica del Rinascimento maturo e risentono della precedente cultura figurativa medievale.

Da notare anche i medaglioni marmorei posti ai lati del timpano triangolare del trono della Vergine, raffiguranti rispettivamente la Madonna annunziata a destra e l’angelo annunziante a sinistra: anche in questi piccoli raffinati dettagli nulla è lasciato al caso.

Al di sopra, sulla parete dell’arco absidale è raffigurata la scena principale, la Resurrezione (fig. 4), in cui un Cristo benedicente con la mano destra, regge con la sinistra il vessillo crociato. Posa il piede sinistro sul bordo del sarcofago mentre risorge, tra le guardie stupite e atterrite (secondo una formula compositiva molto diffusa); anche qui le pose leggermente rigide e innaturali dei soldati testimoniano che il linguaggio medievale ha ancora un forte influsso sugli artisti locali del primo Rinascimento. Alle spalle di Cristo, quasi come un trono naturale, si erge un ampio sperone roccioso, lo spazio restante è occupato da un paesaggio collinare con piccoli edifici simili a rocche, il cielo è luminoso e screziato di nubi. Sul fronte della tomba di Cristo si leggono, ormai con difficoltà, le lettere R.V.G., interpretabili secondo la maggior parte della critica con la frase: Resurrexit Vivit Gloriosus (È risorto, vive, glorioso).

Nei pennacchi dello stesso arco due angeli che portano strumenti della passione dispiegano le loro ali su un fondo dorato, anche se oggi sono purtroppo poco leggibili.

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A completamento dell’apparato decorativo troviamo due scene affrescate anche sulle pareti laterali di questo ambiente. A sinistra l’Apparizione di Cristo a Maria (fig. 5), episodio assente nei vangeli canonici, la scena è ambientata sotto ad un porticato di gusto rinascimentale che riprende gli elementi già descritti in precedenza, come un tondo a monocromo posto nel pennacchio della volta affrescato nuovamente con una piccola scena dell’Annunciazione, nella parte sinistra il porticato si apre invece su un paesaggio montano che fa da sfondo all’Apparizione di Cristo agli apostoli sul lago Tiberiade, scena narrata nel Vangelo di Giovanni.

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Sulla parete di destra è raffigurata l’Apparizione di Cristo alla Maddalena, la scena è ambientata ancora in un paesaggio collinare ricco di edifici e personaggi che lo rendono molto vivace e parte integrante della scena. Sempre seguendo i racconti del Vangelo di Giovanni, Maria Madalena, che non riconosce Cristo e lo scambia per il custode del giardino alle spalle del Risorto, è in ginocchio e riceve la benedizione, con un’espressione e una gestualità che fanno trasparire stupore. Sul sepolcro, posto nella parte sinistra dello spazio, troviamo nuovamente e ben leggibili le lettere R.V.G.

Le scene occupano la parte alta dello spazio, che viene invece riempito, nella parte inferiore, da una decorazione a fasce verticali verdi, rosse e bianche. In alto l’ambiente si chiude con una volta a crociera dipinta di blu con suggestive stelle dorate e l’incrocio delle vele è segnato dal trigramma bernardiniano IHS: Iesus Hominum Salvator (Gesù Salvatore degli Uomini), entro il consueto sole a dodici raggi.

Il vano principale accoglie invece il visitatore con le immagini di due santi, di difficile identificazione, inquadrati entro due nicchie dall’architettura classicheggiante.

In questo ciclo pittorico, il cui programma iconografico ruota attorno al tema della Resurrezione, adeguato alla funzione cimiteriale dell’ambiente, l’autore inserisce però alcuni elementi di estrema umanità: il pollice di Maria stretto nella mano del Bambino nel gruppo centrale della Sacra Conversazione, il contatto delle mani fra Gesù e Maria o quello delle dita di Cristo sulla fronte di Maria Maddalena, nelle due scene laterali. Ancora, come è tipico del linguaggio pittorico bresciano, sono da notare gli interessanti dettagli realistici: piccoli animali come i coniglietti e la quaglia dell’Apparizione di Cristo alla Maddalena e il nido di rondini posato sull’arco dell’Apparizione di Cristo alla Madre, dettagli che potrebbero anche avere implicazioni simboliche.

Resta da capire chi ha dipinto questo interessantissimo ciclo: le vicende attributive hanno coinvolto nomi di pittori locali e non, da Floriano Ferramola a Vincenzo Civerchio a Giovanni Maria da Brescia e si è anche parlato di una collaborazione a più mani. In ultima analisi la critica sembra concordare nell’attribuire a Floriano Ferramola la piena autografia degli affreschi, eseguiti molto probabilmente nel secondo decennio del XVI secolo.

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