Testimonianza sulla vita di Emanuele Foresti
A cura di Flavia e Francesco (Un’amicizia in cammino…)
Quanto vale una vita? Come si misura il suo valore? In salute? In forza fisica? In intelligenza? E se non c’è tutto questo? Negli ultimi tempi il dibattito sul fine vita si fa sempre più pressante e l’idea che da molti viene portata avanti, da gente dello spettacolo, ma anche da semplici battezzati è quella di dire: «Arrivati a una certa età perché continuare a vivere? Meglio togliersi di mezzo per non dare fastidio»; oppure nel dolore di una malattia: «Perché continuare a soffrire? È certamente meglio una dolce morte piuttosto che proseguire in questo modo; la sofferenza non ha alcun senso». Queste affermazioni stanno prendendo piede nella mente e nel cuore di molte persone, è per questo che all’appuntamento di quest’anno nella giornata dedicata alla vita abbiamo affrontato questo tema attraverso la testimonianza della vita di Emanuele Foresti, giovane avvocato bresciano morto lo scorso anno dopo una malattia la SLA con la quale ha convissuto per 5 anni. Introducendo l’incontro, il professor Federico Nicoli ha ricordato l’importanza di servire i più vulnerabili, di prendersi cura del più debole, questo perché stando davanti a queste persone siamo aiutati a comprendere anche la nostra fragilità, il nostro limite e anche la realtà della morte. Per secoli abbiamo pregato: a subitanea morte libera nos Domine; non volevamo morire senza essere pronti all’incontro con Dio. Oggi invece parlare della morte è diventato un tabù, un pensiero da allontanare.
L’incontro prosegue poi con l’intervento di mons. Gianbattista Francesconi, Parroco di Emanuele, che venne a conoscenza della malattia direttamente da lui: «Ho visto in lui una reazione sì di sconcerto, ma anche di accoglienza serena della croce, avvertiva una chiamata speciale, senza ben capire però cosa il Signore gli chiedesse e perché proprio a lui. All’inizio dei primi forti sintomi lasciò il lavoro, la malattia procedeva velocemente, rendendogli la vita faticosa, ma trovava conforto nei sacramenti! Con il passare dei giorni la pace iniziale si trasformò in rabbia, delusione: si sentiva abbandonato da Dio a tal punto che non volle più vedere né me né sentire parlare di Dio. In particolare il Vangelo della tempesta sedata lo mandava in bestia; quel Gesù che dormiva mentre gli apostoli si sentivano morire con l’acqua alla gola rispecchiava la sua situazione… Perché Gesù dorme mentre noi fatichiamo, soffriamo, siamo in preda alle nostre difficoltà? Poi qualcosa cambia; attraverso le persone che si sono prese cura di lui, giorno e notte, nei piccoli e grandi gesti, Dio ha bussato alla porta del suo cuore, e lui di nuovo gli ha aperto, incontrando il Suo amore e la Sua tenerezza». Successivamente la parola passa ad Emiliana, incaricata di portargli la Santa Comunione: «Conoscevo Emanuele come un giovane della Parrocchia, figlio di una catechista; fu don Gianbattista a dirmi della sua diagnosi e mi chiese il perché di questa malattia per le mie conoscenze in campo medico, e io risposi: è chiamata alla santità. Decisi allora di essergli vicina a modo mio preparando per lui dolci (sapevo che gli piacevano) che poi affidavo alla mamma. Mi chiese in seguito di andare a trovarlo e nacque tra noi un legame forte empatico e spirituale. Negli ultimi mesi, quando gli portavo la Comunione, Emanuele mi invitò a raccogliere i suoi pensieri e le sue locuzioni interiori perché questo dono di Grazia potesse essere condiviso e portare molto frutto. “La mia malattia, che ha fatto anche più spazio a Gesù dentro di me, si può dire che ha un senso, perché se offerta può generare bene, ma anche perché costringendomi all’eliminazione di tanti orpelli, ha preparato la strada al Suo prendere dimora nel mio cuore… e io mi sento cresciuto nell’amore e questa tenerezza non deve mai più scomparire altrimenti sono fritto! È un peccato che molti non lo capiscano… Io sono come la vite potata, porterò frutto, sono un ramo legato al tronco che è Gesù, è da lui che viene la linfa… voglio cercare di amare come ama Lui, ho un po’ paura di quello che potrebbe chiedermi, ma arrivato come sono a questa intimità con Lui vale la pena provarci…”».
Don Gianbattista conclude l’incontro raccontando: «Nell’avvicinarsi della Santa Pasqua mi disse: “Ho fatto sul mio corpo l’esperienza della condizione di un crocifisso: gambe e braccia bloccate. Ho pensato molto anche alla posizione della croce tra i due ladroni, alle Sue braccia aperte verso di loro… Io sono stato entrambi: il cattivo, quando ho odiato Gesù, l’ho bestemmiato; il buono, salvato dalla Grazia che ha aperto il cuore all’Amore”. A un certo punto un giorno mi ha detto: “Oggi voglio parlarti del mio funerale. Voglio che sia una festa, come Pasqua e Natale, solenne, con i canti e i paramenti più belli, perché finalmente sarò nella pace di Dio, nella Sua luce. Non canti tristi, ma gioiosi… Sarò con Lui nella Sua Eternità…NOI NASCIAMO E NON MORIREMO PIÙ”».
Torniamo allora alla domanda iniziale: quanto vale una vita? La giornata della vita sia l’occasione per un serio esame di coscienza sul valore della vita; essa infatti, come ci ricorda sempre la Chiesa, dal suo concepimento fino all’ultimo respiro ha, anzi è un valore eterno!











