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L’Unzione degli Infermi, Sacramento della speranza

11 Marzo 2025 | Numero 1/2025

Proprio in quest’Anno Santo 2025, indetto con l’invito all’accoglimento della virtù teologale della speranza, siamo chiamati a professare la nostra fede nella nostra unica speranza, che è il nostro unico Salvatore, il Signore Gesù Cristo.

Infatti, la Bolla pontificia d’indizione inizia con le parole di San Paolo: «Spes non confundit», «la speranza non delude» (Rm, 5,5). In questo documento, Papa Francesco afferma: «Ora è giunto il tempo di un nuovo Giubileo, nel quale spalancare ancora la Porta Santa per offrire l’esperienza viva nell’amore di Dio, che suscita nel cuore la speranza certa della salvezza in Cristo» (Bolla pontificia, n. 6); la virtù cristiana della speranza non delude perché è fondata nella roccia di Cristo, nostro Salvatore: la confessione del Suo Nome ci dona la Sua Salvezza, e Pietro, con i suoi Successori, confermando i fratelli nella fede, aprono loro questa porta verso la speranza.

Ed è proprio per questa speranza di salvezza che il Signore ha affidato alla Chiesa la Parola di Dio ed i Sacramenti, quali beni spirituali che i pastori amministrano ai fedeli (cfr. Lumen Gentium n. 37).

Tra i sette sacramenti, ricordiamo in particolare l’Unzione degli Infermi.

 

Il dono dell’Unzione degli Infermi

Il Sacramento dell’Unzione degli Infermi è il dono del Signore Gesù per i battezzati colpiti da malattie gravi o indeboliti dalla vecchiaia: la «Chiesa apostolica conosce […, ndr] un rito specifico in favore degli infermi, attestato da san Giacomo: “Chi è malato, chiami a sé i presbiteri della Chiesa e preghino su di lui, dopo averlo unto con olio, nel nome del Signore. E la preghiera fatta con fede salverà il malato: il Signore lo rialzerà e, se ha commesso peccati, gli saranno perdonati” (Gc 5,14-15). La Tradizione ha riconosciuto in questo rito uno dei sette sacramenti della Chiesa» (Catechismo della Chiesa cattolica – CCC, n. 1510).

Nell’Antico Testamento, la malattia veniva interpretata come un segno del limite umano e, talvolta, una conseguenza del peccato. Tuttavia, i profeti hanno anche intravisto in essa un valore redentivo (cfr. Compendio CCC n. 313). Con la venuta di Cristo, il significato della sofferenza viene trasfigurato; Gesù stesso si presenta come il medico delle anime e dei corpi, compiendo guarigioni che prefigurano la redenzione definitiva: la sua compassione verso gli infermi non è solo un segno del Regno di Dio, ma anche un invito a unire le proprie sofferenze alla sua Passione, rendendole fonte di grazia: «la vittoria definitiva sulla malattia e sul male morale non è data da interventi miracolosi che li fanno scomparire, bensì dal mistero della Pasqua, un passaggio che conduce dalla passione e morte alla vita nuova della risurrezione» (B. F. Pighin, I sacramenti. Dottrina e disciplina canonica, Marcianum 2020, p. 283).

Il Concilio di Trento definì questo sacramento con il termine “estrema unzione”, cosicché nei secoli successivi se ne comprese sempre più solo il significato di sacramento per coloro che si trovavano in agonia. Tuttavia, il Concilio Vaticano II, cambiandone il nome in “Unzione degli Infermi”, ne ha evidenziato la funzione non solo per i moribondi: «il tempo opportuno per riceverlo ha certamente già inizio quando il fedele, per indebolimento fisico o per vecchiaia, incomincia ad essere in pericolo di morte» (Sacrosanctum Concilium, n. 73).

 

Chi può ricevere l’Unzione?

Ed infatti, il Codice di Diritto Canonico del 1983 ha confermato questa impostazione: l’«unzione degli infermi, con la quale la Chiesa raccomanda al Signore sofferente e glorificato i fedeli pericolosamente infermi affinché li sollevi e li salvi, viene conferita ungendoli con olio e pronunciando le parole stabilite nei libri liturgici» (can. 998). Bisogna quindi constatare il pericolo di vita per malattia o vecchiaia, almeno nella fase iniziale (can. 1004, §1). Il Rituale offre due esempi chiarificatori: prima di un’operazione chirurgica «quando motivo dell’operazione è un male pericoloso» (n. 10), oppure agli anziani «per l’indebolimento accentuato delle loro forze» (n. 11), seppur non malati.

Quindi, non è il pericolo di un probabile esito mortale entro breve tempo a causa della malattia (per il quale c’è il Viatico, seppure possa venire unito all’Unzione degli Infermi, se è il caso), né una malattia non grave con prospettiva certa di guarigione. Ciò ha posto in evidenza il dovere di evitare due estremi: da un lato, la limitazione dell’amministrazione del sacramento ai soli moribondi, e dall’altro il conferimento generalizzato a persone appena entrate a far parte della “terza età”, in questi tempi sempre più prolungata (cfr. B. F. Pighin, I sacramenti, p. 285).

Il sacramento va quindi richiesto dal fedele battezzato cattolico, che si trovi nella descritta condizione di pericolo, che intende riceverlo, che abbia l’uso della ragione e che sia ben disposto a riceverlo. Pertanto, la celebrazione di questo Sacramento deve essere possibilmente preceduta dalla confessione individuale del malato (Compendio CCC n. 316).

Caso particolare è se il fedele ha perso conoscenza e non possa perciò richiederlo: se si può presumere che avrebbe voluto riceverlo (almeno implicitamente e salvo prova contraria), il sacerdote può comunque amministrarlo (cann. 1005 e 1006).

 

Il rito essenziale e il ministro del Sacramento

Il rito dell’Unzione degli Infermi prevede l’unzione della fronte e delle mani con olio benedetto, accompagnata dalle parole stabilite nel Rituale; ciò viene compiuto dal solo sacerdote, unico ministro per la valida celebrazione del sacramento (can. 1003, §1). Si deve usare l’olio vegetale benedetto dal vescovo durante la Messa crismale del Giovedì Santo (a parte i casi di necessità).

 

Quali sono gli effetti di questo Sacramento?

«Esso conferisce una grazia particolare, che unisce più intimamente il malato alla Passione di Cristo, per il suo bene e per quello di tutta la Chiesa, donandogli conforto, pace, coraggio» (Compendio CCC, n. 319). Se il malato non ha potuto confessarsi (non perché non abbia voglia o tempo, o non si sia organizzato opportunamente per confessarsi, ma, perché non può oggettivamente, come, ad esempio, nello stato di incoscienza), tra gli effetti vi è anche il perdono dei peccati. «Questo Sacramento consente talvolta, se Dio lo vuole, anche il recupero della salute fisica. In ogni caso, questa Unzione prepara il malato al passaggio nella Casa del Padre» (Compendio CCC, n. 319).

 

Conclusione

L’Unzione degli Infermi è un dono che manifesta la vicinanza del nostro Salvatore e Redentore nei momenti difficili della vita. Si ricordi, a proposito, l’insegnamento del Papa: «Parlare della fede spesso comporta parlare anche di prove dolorose, ma appunto in esse san Paolo vede l’annuncio più convincente del Vangelo, perché è nella debolezza e nella sofferenza che emerge e si scopre la potenza di Dio che supera la nostra debolezza e la nostra sofferenza. […, ndr] Il cristiano sa che la sofferenza non può essere eliminata, ma può ricevere un senso, può diventare atto di amore, affidamento alle mani di Dio che non ci abbandona e, in questo modo, essere una tappa di crescita della fede e dell’amore» (Francesco PP, Lumen fidei, n. 56).

don Fabio

 

Unzione degli infermi

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