La vittoria sul mondo di San Paolo VI, Papa
(tratto da: U. Gamba (ed.), Pensieri di Paolo VI. Autobiografia spirituale per ogni giorno dell’anno, A.E.P.C., Vigodarzere (PD) 2014, pp. 333-335)
LA FORZA DELLA FEDE
Vogliamo richiamare la vostra riflessione sopra una ben nota parola dell’epistola prima di San Giovanni: «questa è la vittoria che vince il mondo: la nostra fede» (1Gv 5,4). La Chiesa rivolgeva questa parola ai neofiti, a quelli che nella veglia pasquale avevano ricevuto il battesimo, e che, deponendo dopo otto giorni la veste bianca loro imposta a segno e a ricordo del rito sacramentale ricevuto, riprendevano l’abito consueto, rientravano nella vita ordinaria, terminavano la catechesi da cui erano stati iniziati alla professione cristiana; voleva la Chiesa loro ricordare che quei battezzati non erano più quelli di prima; una grande novità s’era prodotta nelle loro anime; essi portavano con sé la fiamma d’una nuova luce, che dà segno alla vita, la fede; e che bisognava conservare accesa quella fiamma; essa li avrebbe guidati nel cammino da percorrere, e li avrebbe così confortati e fortificati da renderli vittoriosi sulle immancabili difficoltà che stavano per incontrare, come cristiani nel mondo.
ATTO DIFFICILE
Questa esortazione dell’Apostolo Giovanni: la vittoria sul mondo proviene dalla fede, si ripete in diverse pagine del Nuovo Testamento; si vede che essa costituiva un pensiero ricorrente nella predicazione apostolica. Gesù stesso vi aveva dato origine, esigendo dai suoi, come condizione iniziale e indispensabile della sua azione nelle loro vite, la fede: «si potes credere – dirà una volta Gesù – omnia possibilia sunt credenti; se tu puoi credere, tutte le cose sono possibili per chi crede» (Mt 9,23). La fede è l’adesione al Signore, la quale rende possibile la dilatazione della sua potenza operante e salvatrice nel credere. «Non si turbi il cuor vostro: credete in Dio, ed in Me credete» dice ancora Gesù (Gv 14,1). «Colui che crederà e sarà battezzato, si salverà» (Mc 16,16); e così via. Gli Apostoli ripeteranno questo fondamentale precetto della vita cristiana; San Pietro, ad esempio, scriverà: «Resistete (al demonio) forti nella fede» (1Pt 5,8-9); e il capo 2° della lettera agli Ebrei è una lunga e lirica esaltazione della fede come principio efficiente nella vita di coloro che la professano.
Il che significa che l’esortazione della Chiesa inserita nella liturgia dei neofiti vale per tutti, è permanente, vale per noi: dobbiamo così possedere, così professare la nostra fede, da trarne energia umano-divina di vittoria nelle traversie della vita, nelle tentazioni del mondo. Il che significa ancora che la vita cristiana non è facile; essa incontra ostacoli e opposizioni, pericoli e tentazioni; essa dev’essere vigilante e militante.
Figli carissimi! Quale effetto producono in voi queste considerazioni? Di conforto o di timore? Quale concetto avete voi circa l’efficacia della fede? È una fonte di debolezza, o invece di fortezza? Queste alternative sono possibili; anzi sono frequenti negli animi delle persone del nostro tempo. Spesso la fede appare come un atto molto difficile, e anche quando esso è professato, esso è debole, esitante, piuttosto che come un lume limpido e consolante. L’atto di fede è difficile per la mentalità moderna, tanto abituata al dubbio sistematico e alla critica, e persuasa di limitare la propria certezza entro i confini della propria esperienza (mentre poi la massima parte di ciò, che si sa, si fonda sulla fede – umana – di ciò che altri, i maestri, gli scienziati, i competenti ci dicono di credere).
LA FEDE È GRAZIA
Che cosa diremo? Come convertire la debolezza della nostra fede in un atto di fortezza interiore ed esteriore? La risposta si farebbe lunga e difficile se volessimo costruirla logicamente; come si dovrebbe. A noi qui basterà ricordare che anche la fede è una grazia. E qui sulla tomba di San Pietro, primo maestro, dopo Gesù, della fede, domanderemo questa grazia; e sarà grande fortuna, grande gioia l’ottenerla. In secondo luogo ricorderemo che la fede non è un atto puramente speculativo; è atto ragionevole, ma non frutto della sola ragione. Una componente volontaria lo rende possibile e meritorio: bisogna voler credere quando, è ovvio, vediamo ch’è ragionevole, ch’è umano, ch’è bello il farlo. La certezza diventa un dovere, ad un dato momento (Newman); e la fede che ne risulta diventa un atto religioso; l’atto religioso fondamentale del cristianesimo. «L’atto di fede, omaggio reso a Dio dell’intelligenza umana, è un atto incontestabilmente religioso. ma lo è a titolo ancora più profondo: l’atto di fede è un’attività teologale che rende partecipe l’uomo della vita stessa di Dio, un’attività la quale non solo si orienta verso Dio, ma è orientata da Dio» (Aubert, in Prob. e Orient. II, 694).
Diremo dunque, con l’umile personaggio del Vangelo: «Credo, Signore, tu aiuta la mia incredulità!» (Mc 9,24).
(20 aprile 1966)










