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La copertina del notiziario

11 Marzo 2025 | Numero 1/2025

Crocifissione e ciclo affrescato nel Coro delle Monache

Lungo il percorso espositivo del Museo di Santa Giulia non ci sono solo reperti ma si possono ammirare anche gli splendidi ambienti dell’ex monastero benedettino femminile di fondazione longobarda. Qui siamo all’interno di un ambiente di particolare suggestione: il Coro delle monache. L’ambiente fu costruito nella seconda metà del 1400 per rispettare la clausura delle monache, addossato alla chiesa di San Salvatore per permettere alle monache di assistere alle funzioni religiose e di cantare durante le funzioni, da cui il nome “coro”.

Il Coro venne concluso prima o comunque entro il terzo decennio del Cinquecento, periodo in cui venne avviato il progetto di decorazione. Gli affreschi si dispiegano su tutte le pareti e sulla volta e sono un ciclo pittorico realizzato da diversi artisti bresciani entro la metà del 1500 con esiti di grande impatto scenico e ricchezza.

La scena principale è la maestosa crocifissione presente sulla parete est, realizzata da Floriano Ferramola, pittore del Rinascimento bresciano che si era già occupato di affrescare la Chiesa di Santa Maria in Solario (sempre all’interno del monastero) e riconfermato a lavorare dalle monache in questo ambiente. L’affresco presenta caratteri quasi quattrocenteschi nella dolcezza dei volti e nella mestizia dei personaggi, attorno al crocifisso e ai due ladroni si distribuisce la folla, affranta per la sofferenza dell’accaduto, palpabile nell’espressione triste della Maddalena che abbraccia la croce o nello svenimento della Vergine, sorretta dalle altre pie donne. Nel segno di quella pittura di realtà che da sempre caratterizza le opere dei pittori bresciani, nulla è lasciato al caso e lo spazio pittorico è ricco di dettagli in ogni sua parte: a fare da sfondo troviamo un paesaggio attraversato da pastori e cavalieri e una città che simboleggia Gerusalemme, ma che potrebbe essere la Brescia di quel periodo.

È messo in evidenza, sulla bandiera portata da un soldato, che sventola sul limitare destro dell’affresco, uno scorpione nero su fondo rosso, chiaro simbolo di morte e del male, quello stesso male che viene sconfitto attraverso il sacrificio di Cristo soggetto stesso della scena pittorica.

Originale anche il dettaglio del contenitore dell’aceto, tenuto in mano da un soldato un primo piano che ci volta le spalle, nel quale ha appena imbevuto la spugna per abbeverare Gesù, particolare non dipinto ma in rilievo, realizzato in pastiglia (una sorta di gesso), pratica medievale ma che qui ancora si mantiene in vita.

Dal punto di vista cromatico si notano toni accesi e vivaci che colorano la scena, dando all’affresco una brillantezza nuova. La pittura bresciana, che nasce a fine del Quattrocento con una tavolozza cromatica fatta di colori scuri e opachi, dopo essere entrata a far parte della Serenissima Repubblica Veneta scopre l’uso del colore (che era sempre stato cifra stilistica delle opere veneziane) forte e accattivante. Il risultato è un affresco ricco di contrasti cromatici fra i toni caldi dei rossi e dei gialli e i toni freddi dei blu, dei grigi e dei verdi usati con sapiente varietà e capaci quindi di dare un aspetto vivace e accattivante dell’opera.

La scena si inserisce nel ricco programma iconografico complessivamente ispirato al tema della salvezza e le scene sono disposte, lungo le pareti, su due ordini. Floriano Ferramola affresca la volta di copertura con un bellissimo soffitto a cassettoni, talmente realistico da sembrare non dipinto ma realizzato in stucco, e il registro superiore (visibile al di sopra del cornicione aggettante) con episodi che raccontano l’infanzia di Gesù, e conclude la sua opera con splendida crocifissione appena descritta. Morto Ferramola nel 1528, subentra al suo posto Paolo da Caylina il Giovane, a cui si attribuiscono gli affreschi della parete settentrionale che raffigurano la deposizione di Cristo, la resurrezione e l’ascensione al cielo. Il suo stile è più aggiornato rispetto a quello del predecessore: forme più morbide, movimenti più plastici ed espressioni più realistiche raccontano di un aggiornamento artistico di pieno XVI secolo.

Il racconto principale è intervallato poi da immagini devozionali. La successione degli episodi si configura come un itinerario mentale e devozionale non privo di intenti didattici, con particolari vivi e curiosi. L’insieme risulta fortemente unitario e di grande suggestione cromatica ed evocativa.

Come anticipato, questa meraviglia della pittura rinascimentale bresciana è visibile all’interno del Museo di Santa Giulia.

Laura Bazzana

Copertina

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